GDPR, il dazio dell'Europa

Multi-orientable Italian toilet paper holder

Multi-orientable Italian toilet paper holder (Photo credit: Wikipedia)

Con il GDPR, la nuova normativa europea sulla privacy (Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016) che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, l'Europa, a mio avviso, si è auto-inflitta e ha imposto ad aziende e organizzazioni europee ed extra europee una sorta di mega dazio da far impallidire i dazi del presidente americano Donald Trump.

Qual è il significato della parola "dàzio". Lo dice il vocabolario loZingarelli: "Somma dovuta allo Stato e, in passato, al comune per l'entrata o l'uscita di merce dal suo territorio". In questo caso la "merce" sono i dati delle persone.

Sì, perché l'adeguamento alla nuova normativa da parte di aziende, enti, professionisti, ecc, non solo comporta una pesante spesa aggiuntiva, una somma di denaro da esborsare che va a rendere meno competitivi i prodotti e i servizi europei che costeranno di più, ma comporta anche il pagamento di pesanti sanzioni, una somma aggiuntiva dovuta allo Stato, in caso di violazione delle normative e che andrà a ripercuotersi sui prezzi dei prodotti e dei servizi, soprattutto europei, rendendo l'Europa un terreno rischioso per le aziende non europee che ci penseranno su due volte prima di investire in Europa.

Naturalmente non viene usata la parola "Dàzio" che suona male alle orecchie di cittadini e imprese. Viene invece usata la parola GDPR: General Data Protection Regulation che suona meglio e viene digerita meglio dai cittadini, facendo finta di fargli credere di avere a cuore la protezione dei loro dati.

Dal mio punto di vista è una gran menata, una supposta ben impacchettata per metterla in quel posto ai cittadini europei. Non se ne sentiva il bisogno di una normativa mega-burocratica di 180 e più pagine volta a incrementare il lavoro buroindotto.

Se ci pensi bene, i dati anagrafici, i dati sanitari, come quelli giudiziari, religiosi, politici, ecc., di per sé non hanno un valore, non sono una merce da proteggere, da nascondere in un sistema sano, in una economia e in una società sana. I dati diventano una merce da proteggere solo in un sistema malato, in una società e in una economia malata e perversa quale è la nostra economia di mercato e di capitalismo selvaggio. Solo in una economia di mercato, in una società individualista basata sulla competizione, i dati diventano merce e possono acquisire un valore di mercato funzionale al marketing, alla vendita di prodotti di consumo, all'orientamento politico e religioso. 

Solo in una società malata si sente la necessità di proteggere i dati come se fossero una sorta di diritto d'autore, una proprietà privata oggetto di predazione da parte di chi non ha scrupoli. In una società malata come la nostra, basata sul capitalismo selvaggio, non sono i dati delle persone, dei cittadini, la merce principale da proteggere. Sono invece le risorse comuni le merci da proteggere. E quando parlo di risorse comuni mi riferisco all'acqua, al diritto di accesso all'acqua, alla terra, al diritto di accesso alla terra, all'aria, al mare, alle risorse energetiche, al diritto di accesso all'energia, ai frutti della terra e del mare, al cibo, ecc. merci che vanno sotto il nome di "beni comuni".

Tutte risorse che invece vengono sistematicamente inquinate e sottratte ai cittadini per conferirle ad enti privati di tipo capitalistico e finanziario legittimando il loro accaparramento dietro il pagamento di somme da parte di entità private, invece di riconoscere e riaffermare il concetto che le risorse, come i dati delle persone, sono beni comuni e come tali devono restare a disposizione di tutti.